Forme persistenti

Alcuni mesi fa trovai nella cassetta della posta una lettera che da tempo non speravo più di ricevere. La busta fu la prima cosa a colpirmi: era di carta pregiata, chiusa con un sigillo di ceralacca amaranto, com'era d’uso un tempo. Questa ricercatezza rétro era l’unico vezzo che avrei trovato nella missiva. E me ne accorsi subito, non appena ebbi scorto la forma impressa nella ceralacca: il motto In dolore spes attorno a una croce latina. Erano anni che non vedevo quel sigillo. La sorpresa e un sorriso appena accennato lasciarono subito il posto alla premura di leggere la lettera, che m’affrettai ad aprire. La scorsi con rapidità più e più volte. Riavutomi dalla sorpresa e dalla commozione per una voce amica che avevo creduto di non riudire mai, poggiai la lettera sul tavolo e sprofondai il corpo nella poltrona e la mente nei ricordi.
Dopo un tempo che non saprei quantificare (ma cosa importa, in fondo?), riemersi dalla fantasticheria e ripresi la lettera. Dapprincipio i segni tracciati con l’inchiostro stentarono a trasformarsi in caratteri intelligibili: le immagini d’un tempo, seppur sbiadite, mi velavano ancora la vista. Quando il passato scomparve, potei cominciare a considerarne il contenuto. Giovanni (lo chiamerò così, sebbene non sia il suo nome) l’aveva divisa in due parti distinte, riconoscibili fin dalla grafia. La prima era scritta con estrema cura, senza alcuna imprecisione o sbavatura. La seconda, invece, portava impressa già sulla carta il fuoco che tormentava l’autore: parole inclinate ed eterogenee, scritte col solo interesse di comunicare i pensieri che lo agitavano. Qualcuno forse si stupirà nell’apprendere che era la parte personale della lettera a esser scritta con cura, mentre era l’altra, quella che trattava di questioni religiose e teologiche, a portare le tracce del sentimento. Così è Giovanni: astratto per i più, concreto per pochissimi.

Matthias GrünewaldCrocefissione (tavola dell'Altare di Isenheim), 1515, Colmar, Musée d'Unterlinden.
Ci ho pensato a lungo e, dopo alcuni mesi, gli ho scritto di lasciarmi pubblicare su internet la parte non personale della lettera. Giovanni ha accettato, con mio grande stupore, senza fare alcuna rimostranza, purché non rivelassi il suo nome né scrivessi alcunché che avrebbe potuto permettere un’identificazione sicura.
Ed ecco il testo, sul quale sono intervenuto solo espungendo la parte iniziale e il congedo:
In queste selve oscurate dal peccato, una luce penetra attraverso il sudicio spessore delle fronde: la luce di Cristo. Di quel Cristo lacerato dal peso della Caduta che grava su tutti noi. Di quel Cristo che deve sopportare il blasfemo vicariato di preti germanici, insozzati dall'empia filosofia dei gentili e dalla frequente copula con pubblicane e invertiti. Mai come in questi tempi la Sua luce è flebile. Mai come in questi tempi gli uomini sembrano aver preso in parola soltanto la prima parte dell'adagio del nostro fratello Lutero: pecca fortiter... Ma, ahimè, nessuno è disposto a credere fortius! Eppure proprio questo marciume, questa corruzione delle anime è il segno più grande della verità del messaggio di Cristo. Preti empi, accecati dai falsi splendori del mondo, e sciocchi filosofi, tronfi nella loro stolta sicumera, hanno creduto che la vera immagine di Dio fosse quella che la loro misera ragione andava formandosi. Poveri dementi! Signore, abbi pietà di loro, invia la Tua Grazia, fa’ che non le loro menti, mai i loro cuori siano illuminati dalla Tua luce! Certuni credettero di negare – immane bestemmia! – la Tua esistenza perché un inglese insegnò che noi tutti siamo parenti delle orride scimmie. Ebbene, quale migliore conferma, quale più adatta punizione per la caduta del gettarci in questo mondo non da esiliati, come molti, tronfi per la loro presunzione, hanno creduto, ma da legittimi cittadini di esso? A cosa possiamo aspirare corrotti come siamo? Di cosa ci meravigliamo quando la scienza mondana scopre somiglianze col DNA dei topi, con le interiora dei maiali? Quale immagine è più giusta di quella che ci vede come porci che si rotolano nel fango dei piaceri terreni? Poniamo ascolto alla Parola di Dio! Cessiamo di lamentarci dei castighi ch'Egli, nella Sua infinità Bontà, c'invia per rammentarci della nostra corruzione! Chiniamo la testa e apriamo il petto alle Sue parole! Ma non illudiamoci: la fine è tutt'altro che vicina. L'umanità crede forse di potersela cavare con così poco? Sarà il crimine d'Adamo compensato da una vita animale e dal continuo sterminio dei nostri fratelli? E, poi, perché animale? Forse ch'essi, privi del lume che ci permette d'intendere la Parola del Signore, possono essere accusati di brutalità? Non siamo forse noi a esser sordi? Non siamo forse noi a torturare, uccidere, sterminare nella consapevolezza di quello che commettiamo? Dies irae, dies illa, solvet saeclum in favilla!, potrebbe intonare qualche prete ipocrita, dal caldo e vano splendore della sua basilica romana. Non quel giorno subiremo la collera divina: la stiamo già subendo. Ogni giorno è un giorno della Santa Ira del Signore. E non osate affermare che vi sono esseri innocenti! Non bestemmiate come quel russo, degno figlio d'un popolo dove la corruzione è più profonda di quella d'ogni altro toccato dalla "fede" (chi mai l'ha veramente avuta!), quel russo che voleva salvare i bambini. Non rammentate le parole del nostro padre Agostino? Non rammentate il suo orrore al ricordo della sudicia lotta col fratello per contendersi la poppa della nutrice? Non rammentate l'egoismo, la malizia, l'avidità che s'osservano ogni giorno in quelle creature non tocche dal peccato? Cessate, dunque, di bestemmiare. Cessate, dunque, ogni lamento. Quel che il Signore c'invia ce lo meritiamo. Nessuno di noi vive da cristiano. Nessuno di noi meriterebbe d'esser salvato. Se Iddio si china per strapparne alcuni dalle fiamme dell'Inferno, giusta destinazione per un essere non empio di colpa, ma colpa esso stesso, intoniamo le Sue lodi, stupiamoci per la Sua infinita Bontà, e rendiamoGli grazia senza l'oscura convinzione che anche noi saremo accolti tra la schiera dei beati.
La lettera prosegue rampognandomi sconsolatamente per il sorriso d’ironico scetticismo che credeva mi sarebbe comparso sul volto alla lettura di queste righe. Sorrisi, non lo nego, ma non c’era ironia, bensì tenerezza e letizia per aver ritrovato la voce d’un amico che avevo ritenuto perduto. Inoltre il contenuto della lettera m’aveva in qualche modo incantato. Non tanto, va da sé, perché l’approvassi. La lettera di Giovanni m’incantava per la sua singolarità. Parlava un linguaggio e affrontava questioni che ormai appartengono al passato o agli studi eruditi. Era un bagliore di diversità e d’alterità in un mondo ormai uniformato, conformista negli interessi così come nei giudizi morali e nelle reazioni emotive. Un mondo appiattito nelle forme.

Bernardo Bellotto, Capriccio col Campidoglio, 1743, Parma , Galleria Nazionale.
Circa un mese fa ho avuto l’occasione di passare un paio di giorni a Roma. Il lungo tempo trascorso dall’ultima visita e uno stato d’animo propizio mi hanno predisposto alla meraviglia come mai m’era accaduto prima: ho sentito la vertigine di Roma, la vertigine del tempo e delle forme, ho ammirato incantato la sovrapposizione, la giustapposizione, l’ibridazione di età, culti, stili.
E poi c’è la molteplicità delle figure umane in cui t’imbatti. Pranzi in una paninoteca, e d’improvviso vedi entrare militari di diverse armi e nazionalità, disinvolti e baldanzosi nelle loro divise variopinte, che parlottano divertiti ora in una lingua, ora in un’altra. Sei immobile a metà di via della Conciliazione, incantato e intimorito da San Pietro (che a quella distanza si riunisce in una sola, enorme massa culminante nel Cupolone michelangiolesco), e preti, suore, frati, monsignori e porporati ti passano accanto, nelle loro vesti sobrie e austere, che tanto stridono col convenzionale e uniformato caos degli abiti contemporanei. Riprendi il cammino, ed ecco che scorgi le fogge cinquecentesche delle uniformi delle guardie svizzere, con tanto di picche e morione. Bighelloni per Trastevere alla sera, e t’imbatti in un Ministro della Repubblica, dall’aspetto bonario eppur sornione, che passeggia con un vescovo a braccetto. Curiosi incantato nei pressi di via del Corso, e sei attratto da un politico borioso circondato da guardie del corpo, tutte cablate e celate dietro a occhiali scuri, che si guardano attorno minacciose e preoccupate. Aggiunto a tutto ciò, c’è la comune molteplicità di persone che animano una capitale contemporanea. Niente a confronto, però, a quello in cui prima ti sei imbattuto, a quel persistere del passato non solo negli edifici, ma anche nelle persone e nei loro atti. Sei a Roma, e pensi con tristezza al mondo contemporaneo, a questa società che si crede polimorfa e multiculturale, mentre in realtà è incasellata e monocorde, un'implacabile macchina razionalizzante, che cerca in ogni modo di costringere nelle forme della sua rigida quotidianità organizzata con inesorabile e indifferente efficienza la molteplicità umana che da ogni parte del mondo vi converge spinta dalla fame e dalla speranza. E così le antiche forme persistenti in cui talvolta ci s'imbatte sono un ristoro per l'animo tediato e immeschinito da tanta grigia e spocchiosa piattezza.

[Tutte le immagini sono tratte dalla Web Gallery of Art]

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