Filosofia e utilità

Nei manuali di filosofia per le scuole superiori, Talete è considerato il primo filosofo della tradizione occidentale. Talvolta, prima d'affrontarne il pensiero, viene marcata la differenza tra la filosofia come oggetto culturale specifico della civiltà greca e le speculazioni religioso-salvifiche dell'Oriente (sia vicino che estremo). A distinguere la filosofia greca dalle meditazioni degli altri popoli sarebbe il mezzo (la dimostrazione razionale) e lo scopo (la mera conoscenza di quello che tiene insieme il mondo nel suo intimo, per usare le parole di Faust).
Per quanto riguarda il mezzo, credo si possa essere d'accordo. E non solo perché la dimostrazione razionale è opera dei greci, ma anche perché le "vie di liberazione" orientali ritengono che la parola (quel logos con cui i greci pensavano si dovesse giungere alla verità) sia una mera convenzione, incapace d'attingere il vero, così come tutte le altre conoscenze simboliche (la matematica, ad esempio). Basti pensare allo zen o al taoismo. Mi limito a quest'osservazione, non avventurandomi oltre a parlare di questioni con cui ho scarsa familiarità.
Per quanto riguarda il fine, non sarei così certo che la filosofia occidentale sia, perlomeno nel mondo antico e, dopo l'ascesa del cristianesimo, in certi, sparuti e isolati pensatori, una pura ricerca razionale, indifferente al destino dell'uomo che la pratica - o al destino dell'uomo tout court - magari interessata, come si sente spesso dire da chi fa o esalta la scienza, all'accrescimento del bagaglio conoscitivo dell'umanità nel suo insieme, non dei singoli individui. Pierre Hadot ha speso buona parte della sua lunga vita di studioso proprio a dimostrare il contrario, cioè che tutta la filosofia greca, e non soltanto certe correnti come lo stoicismo, l'epicureismo e il neoplatonismo, aveva una primigenia destinazione esistenziale, che costituiva un modo di vivere, diversamente da come accade oggi con gli uomini di scienza: una volta usciti dal laboratorio, una volta tornati alla vita quotidiana, cessano d’essere scienziati e agiscono come coloro che scienziati non sono. Non si era filosofi durante l'orario di lavoro e comuni individui durante il resto della giornata. La filosofia plasmava la quotidianità perché andava a modificare la forma mentis e la forma animi di chi la praticava. E questo perché essa, come non si stancava di ripetere il mio professore di filosofia teoretica, Domenico Antonino Conci, era una risposta, incerta e balbettante, a quel vuoto di senso che s'era generato in Grecia col crollo, durante il cosiddetto medioevo ellenico, dell'universo mitico-rituale, cioè d'un'aderenza inconsapevole, immediata e acritica alla rappresentazione religiosa del mondo.
Va da sé che la filosofia fu, nel mondo greco, sempre un'attività per pochi. Richiedeva uno sforzo e una dedizione che s'incontravano soltanto in pochissime persone. E richiedeva, soprattutto, che l'individuo fosse affrancato dalla necessità di guadagnarsi da vivere, come lucidamente notò Aristotele. Questo tanto per non credere che il mondo antico pullulasse di filosofi quanto quello medievale di chierici. Benché filosofo non fosse considerato soltanto colui che aveva elaborato un sistema di pensiero più o meno originale, ma anche, e soprattutto, colui che metteva in pratica i principi d’una determinata dottrina. Così il famoso Catone l’Uticense – figura così apprezzata nell’Antichità e nel Medioevo che Dante ne fece, seppur pagano, il guardiano del Purgatorio – era considerato un filosofo benché non avesse scritto opere originali di filosofia. La stessa lingua latina è testimone di questa concezione. Il verbo philosophor significa non solo filosofare, ma anche essere filosofo, parlare o agire da filosofo (l’originale greco φιλοσοφέω – philosopheo – , di cui il latino è un calco, ha gli stessi significati).
Quando il cristianesimo comparve sulla scena del mondo antico, pochi si sarebbero aspettati che di lì a qualche secolo sarebbe diventato l'unica religione dell'Occidente e il suo motore spirituale. Eppure essa rispose in maniera più adeguata ai bisogni d'un mondo in disfacimento, andando pian piano a scalzare persino la filosofia nella sua posizione di nicchia tra le classi sociali elevate del tempo - o, meglio, adattandola alle sue esigenze, cercando d'inglobarla nella sua visione del mondo. Oscurata dalla centralità della fede cristiana, della quale era chiamata a spiegare la verità anche dal punto di vista della ragione, nel corso dei secoli la filosofia finì per trasformarsi in una disciplina interessata soprattutto a problemi tecnici, indifferente alle questioni esistenziali, appannaggio quasi esclusivo della religione. Ci furono importanti eccezioni, non a caso dal Rinascimento in avanti, come Montaigne o Spinoza. Si pensi a quest’ultimo. La sua opera maggiore, l’Etica, è considerata uno dei monumenti della metafisica occidentale. Un testo arduo e complesso, strutturato seguendo il metodo geometrico euclideo, che potrebbe rientrare a pieno titolo nel filone delle opere indifferenti alle problematiche esistenziali, se non si chiamasse appunto Etica. Perché lo scopo di Spinoza è quello di fornire una via d’uscita dalle tribolazioni della vita attraverso la conoscenza dell’eterna natura di tutte le cose. Conoscenza con cui modificare sé stessi nell’intimo.
Ma Spinoza è un’eccezione nella storia della filosofia moderna anche da questo punto di vista. La corrente principale fu un’altra, dedita in massima parte a problemi metafisici e gnoseologici. E tutti quei sistemi morali che spesso furono costruiti sulle speculazioni teoretiche restano sempre trattati, non si calano nella quotidianità, non indicano mai come un individuo, una volta persuasosi della bontà del sistema, dovrebbe metterlo in pratica (emblematico il caso di Schopenhauer che, convinto d’aver scoperto la verità sul mondo, lasciava ad altri il compito di metterla in pratica).
A onor del vero, all’età moderna appartiene anche il movimento illuminista, movimento che rifiutava proprio la distanza dai “problemi concreti”. Tuttavia l’Illuminismo riteneva concreti soltanto i problemi politici e sociali. Il suo scopo principale era la riforma della società dell’Ancien régime, piuttosto che la formazione dell’individuo attraverso la graduale e continua interiorizzazione d’una determinata visione del mondo. Nel secolo successivo, poi, il disinteresse per i problemi esistenziali del singolo dilagò, grazie al trionfo della scienza e alla nascita delle scienze sociali, alle quali la filosofia tuttora guarda e si confronta come un tempo faceva con la religione. E non è dir poco. La religione, seppur nella sua manifestazione più astratta, la teologia, non cessa mai di prendere in considerazioni il singolo individuo, nel suo concreto e quotidiano divenire. Cosa di cui la scienza non solo si disinteressa, ma tiene lontano come la peste dal suo dominio.
La filosofia appare oggi, almeno nelle sue correnti dominanti, un sapere accademico per specialisti. Una scienza in tono e considerazione minori, insomma. Ancilla scientiarum, anzi, dopo esser stata, durante il Medioevo, ancilla theologiae.
E un'ancella anche piuttosto maltrattata. Eppure non è raro incontrare tra coloro che s'occupano di filosofia persone con un malcelato senso d'inferiorità nei confronti delle scienze naturali, sia per il loro status epistemologico, sia per la considerazione che esse hanno nella società contemporanea.
Per quanto riguarda lo status epistemologico della scienza, non ho alcuna intenzione d'inoltrarmi in un ginepraio dal quale non so se mai ne uscirei. Basti dire che le sue capacità di predizione e di modificazione degli eventi le assicurano una posizione d’esclusività nelle menti e negli animi dei nostri contemporanei. La filosofia non ha la ventura, a causa degli oggetti di cui si occupa, d'avere una così palese dimostrazione della sua efficacia. Vorrei proprio sapere come si potrebbe, ad esempio, mettere al cimento una qualsivoglia metafisica, dato che per definizione essa s'occupa d'oggetti che sono al di là del mondo sensibile, dominio incontrastato delle scienze naturali.
La scarsa considerazione di cui essa gode tra i contemporanei è dovuta in gran parte proprio alla precedente impossibilità.  E' ritenuta, oltre che astrusa e astratta, anche inutile. Ma è davvero sempre così? La filosofia è davvero inutile?
Il punto è proprio il concetto di utilità. Se utile è soltanto ciò che permette una modificazione materiale dell’ambiente, o che comunque fornisce indicazioni quantitative per farlo (penso alla statistica, disciplina indispensabile per moltissime attività, ma che è estranea al concetto classico di conoscenza, data la sua natura approssimativa), allora la filosofia è sommamente inutile, non serve proprio a nulla. In Platone e Kant non troveremo mai indicazioni su come costruire una strada o sintetizzare un farmaco. Ma se abbandoneremo un concetto così ristretto d’utilità, ecco che la filosofia potrà anche servire a qualcosa.

Ritratto di Baruch Spinoza, 1665, Wolfenbuettel, Gemaeldesammlung der Herzog August Bibliothek.
Lascerò adesso la parola a una delle più grandi menti di cui si possa fregiare l'Occidente, il già citato Baruch Spinoza. Il brano che segue è l’incipit del giovanile Trattato sull’emendazione dell’intelletto.
Dopo che l’esperienza mi ebbe insegnato che tutte le cose che frequentemente s’incontrano nella vita comune sono vane e futili, e quando vidi che tutti i beni che temevo di perdere e tutti i mali che temevo di ricevere non avevano in sé nulla né di bene né di male, se non in quanto l’animo ne era turbato, decisi infine di ricercare se si desse qualcosa che fosse un bene vero e condivisibile, e del quale soltanto, respinti tutti gli altri, l’animo fosse affetto; anzi, se esistesse qualcosa grazie al quale, una volta scoperto e acquisito, godessi in eterno una gioia continua e suprema.
Dico decisi infine, perché a prima vista sembrava sconsiderato voler rinunziare a una cosa certa per una ancora incerta. Vedevo, senza dubbio, i vantaggi che si acquistano grazie all’onore e alla ricchezza, e che ero costretto ad astenermi dal cercarli, se volevo seriamente applicarmi a una cosa diversa e nuova. Vedevo chiaramente, se per caso la suprema felicità fosse posta in essi, che avrei dovuto esserne privo; se invece non fosse posta in essi e a essi soltanto mi fossi applicato, che anche allora sarei stato privo della suprema felicità.
Meditavo dunque se non fosse per caso possibile pervenire a un nuovo regime di vita, o almeno alla certezza di esso, senza mutare l’ordine e il regime abituale della mia vita; ciò che spesso, invano, tentai.
Infatti, le cose che s’incontrano per lo più nella vita e sono considerate dagli uomini come bene supremo, per quanto è lecito concludere dalle loro opere, si riducono a queste tre: ricchezza, onore e piacere. Queste tre cose disorientano a tal punto la mente da renderla del tutto incapace di pensare a qualche altro bene […]
Vedendo dunque che tutte queste cose impedivano a tal punto che mi applicassi al nuovo regime di vita, anzi, che esse vi si opponevano tanto, che dovevo necessariamente astenermi o dall’uno o dall’altro, ero costretto a indagare che cosa fosse più utile per me; mi sembrava appunto di voler abbandonare, come ho detto, un bene certo per uno incerto. Però, dopo aver riflettuto un po’ sull’argomento, trovai dapprima che, se mi fossi applicato al nuovo regime, abbandonate queste cose, avrei lasciato un bene incerto per sua natura – come possiamo chiaramente concludere da ciò che è stato detto – per un bene incerto non già per sua natura (cecavo infatti un bene stabile), ma soltanto riguardo al suo conseguimento. Grazie a un’assidua meditazione, giunsi a vedere che avrei lasciato mali certi per un bene certo, purché avessi potuto decidermi completamente. Mi vedevo infatti versare in estremo pericolo e costretto a cercare con tutte le forze un rimedio, per quanto incerto; come un malato affetto da una malattia mortale, che, prevedendo l’assunzione di un farmaco, è costretto a cercarlo con tutte le forze, poiché in esso, per quanto incerto, risiede tutta la sua speranza. Invece, tutte le cose che la maggioranza degli uomini segue, non solo non offrono alcun giovamento alla conservazione del nostro essere, ma la impediscono persino: spesso sono causa della rovina di tutti quelle quelli che le possiedono e sempre causa della rovina di quelli che ne sono posseduti.
Questo splendido brano mostra come per Spinoza la riflessione filosofica sia sorta dalla considerazione della sua concreta quotidianità, come sia stata una via d’uscita dal penoso stato d’insoddisfazione e di dubbio riguardo la sua vita. Avendo fatto esperienza della labilità di ciò che lui, come gli altri uomini, aveva desiderato, Spinoza si mette alla ricerca d’un qualcosa che possa apportargli felicità e serenità, d’un bene che non sia soggetto alla fortuna e che non cessi mai d’esser considerato e sentito così da chi lo possieda, a differenza dei beni comunemente ritenuti tali che, seppur agognati, finiscono prima o poi per perdere la loro attrattiva, e devono essere sostituiti da altri, in apparenza diversi, ma, al fondo, della medesima natura. La dinamica del desiderio, motore della vita, non è dunque negata da Spinoza, ma è soltanto portata a un definitivo compimento. Non rinnega i beni comuni per disprezzo, ma perché ha riconosciuto che essi non possono soddisfare il desiderio di pienezza e felicità che lo agita. Semplicemente non mantengono quello che avevano promesso.
Spinoza non vuol essere che un esempio di come possa essere utile la filosofia. Ciascuno di noi ha provato o prova insoddisfazione per la propria vita. Una sottile inquietudine, un’irrequietezza accompagna quasi tutte le nostre veglie. Per non parlare dei molteplici desideri e delle frustrazioni che le agitano. Attraverso la meditazione filosofica Spinoza tentò di liberarsi da questo perenne stato d’inquietudine. Adesso non m’interessa capire se ci sia riuscito oggettivamente (ché soggettivamente non posso metterlo in dubbio), se la sua sia la via per la verità e la conseguente felicità (benché ci sia da notare che non tutti ritengono che la verità porti la felicità). Quello che voglio sottolineare è che nel brano di Spinoza si trova un concetto ben più ampio d’utilità, importante tanto quanto, se non, in certe circostanze, di più, di quello comune, ristretto alle sole necessità e comodità materiali. La scienza e la tecnologia hanno reso le nostre vite indubbiamente più comode e meno soggette al dolore fisico. Ma nulla possono per le nostre inquietudini esistenziali, per la nostra cronica mancanza di stabilità e la nostra sempre presente insoddisfazione. La filosofia può essere una via, così come le religioni. E se anche non riuscirà a darci pace e felicità, potrà comunque aiutarci a individuare il problema. Il che non mi pare un servizio di poco conto.


[Pierre Hadot, Che cos’è la filosofia antica?, Einaudi, Torino 1998; per la citazione di Spinoza, Opere, Mondadori, Milano 2007; per la considerazione del logos nelle speculazioni orientali: Alan W. Watts, La via dello zen, Feltrinelli, Milano 2006; per il rapporto modernità/individuo: Karl Löwith: Significato e fine della storia, Est, Milano 1998; l'immagine è tratta dall'articolo Spinoza dell'edizione italiana di Wikipedia]

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